Insegna del Teatro Eliseo a Roma con la scritta Dylan Dog Horror Show

Gli incubi di Dylan Dog arrivano a teatro con un Horror Show che danza tra performance e celebrazione

La porta di Craven Road numero 7, un campanello che urla e una scalinata che porta verso un nuovo orrore. Il Teatro Eliseo di Roma diventa il palcoscenico dell’incubo per dare il benvenuto a Dylan Dog e a tutto quel carrozzone di mostri, vampiri, alieni, zombie, demoni, freak e mummie che si porta dietro ormai da quarant’anni.

Siamo stati a vedere in anteprima il nuovo Dylan Dog Horror Show, con la regia di Valter Maltosti, scritto da Tiziano Sclavi e Nicola Russo, e siamo pronti a raccontarvi questa nuova pagina di storia dylaniana.

Quaranta anni di terrore sono tanti

Era un settembre dell’86 quando in edicola arrivava il primo numero dell’indagatore dell’incubo. Creato da Tiziano Sclavi con l’indimenticabile copertina di Claudio Villa, si chiamava L’alba dei morti viventi e raccontava una storia di zombie debitrice dei classici film di Romero. Passano quaranta anni, di vita e di morte. Quaranta anni pieni di terrore che si evolve, cola via dalla carta e fluisce in ogni media, scorrendo come una linfa malefica e nera dentro ai nostri televisori, sulle pellicole, negli smartphone, arrivando a dilagare in rete come un blob informe che tutto inghiotte.

Quello che spaventava quarant’anni fa oggi non fa più paura: i vampiri sono pupazzi in un museo delle cere, i mostri si sono insediati nella stanza dei bottoni premendo sempre e solo quelli per una nuova guerra e gli alieni siamo diventati noi, alienati da tutto e tutti con un unico terrore, quello di non postare, di non commentare di rimanere esclusi. Sempre connessi eppure totalmente disconnessi. Drogati di vita digitale che scorre come una una cascata sotto i nostri polpastrelli. Tanto che posso quasi sentire Groucho dire “Sai che quando si muore ci scorre tutta la vita davanti? Beh, forse sono morto, ma troppo distratto per accorgermene!”

Dylan Dog ha attraversato tutto questo. Ha affrontato l’evoluzione tecnologica, le ansie passate e moderne. L’editoria e i suoi profondi cambiamenti. Ed è sopravvissuto. È cambiato. È stato un altro e poi di nuovo l’old boy che conoscevamo. E oggi, dopo essere stato al cinema in un film a tutto budget ma senza passione e in un fan film tutta passione e niente budget, sceglie il teatro per raccontare 40 anni di carriera e parlarci ancora una volta di cosa significa avere paura.

Dylan Dog a teatro è piú di una messa in scena del fumetto ma un vero e proprio horror show

È strano raccontarsi a teatro, specie se sei un fumetto. Il teatro è qualcosa di vecchio, vetusto, ma che per fortuna sta tornando, prepotentemente, anche tra i piú giovani. Un po’ come hanno fatto i vinili o i videogiochi con il retrogaming. C’è sempre piú gente che dopo anni di prigionia digitale sta tornando al fisico, al tangibile, per certi versi, al vero.

Dylan Dog è sempre stato un personaggio legato al vero. Non conosce altro stile se non quello che indossa da anni, la cosa più tecnologica che possiede è un clarinetto e i suoi hobby vanno dai galeoni in miniatura alla serata cinema con vecchi film horror ormai dimenticati. Quindi scegliere il teatro per raccontare i suoi quaranta anni è una scelta sì strana ma perfettamente azzeccata per il personaggio. Non si era mai visto un fumetto a teatro, di certo non uno italiano.

E il teatro funziona, l’Eliseo, nel cuore di Roma, allestito di tutto punto dalla Bonelli, con frasi, copertine, bozzetti e persino la morte ad attendere i visitatori all’entrata del guardaroba.

Il teatro funziona perché restituisce la dimensione del fumetto pur mettendolo in scena. Funziona nel richiamare gli storici appassionati, che conoscono bene la macchina teatrale, funziona per chi è alla ricerca di una nuova esperienza di fruizione delle storie dell’indagatore e funziona anche per i giovani appassionati. Io ho 37 anni e non mi sarei mai aspettato di vedere adolescenti vestiti con la celebre camicia rossa e la giacca nera e invece ce ne erano diversi che portavano a teatro la loro versione di Dylan Dog. Segno che Dylan Dog ha ancora molto da dire, anche alle nuove generazioni.

Giuda ballerino! Stavolta in tutti i sensi

Le luci si spengono e due occhi giganti ci accolgono. Sono proiettati su uno schermo trasparente che divide il pubblico dal palcoscenico, un confine elegante e quasi invisibile che mi ha ricordato la pagina dei fumetti. Un elegante demone (Danilo Nigrelli) lacera il buio e ci da il benvenuto al Club Inferno con alcuni versi della Ballata della Morte – la poesia che Sclavi inserisce sin dagli albori nelle sue opere e nella vita di Dylan – lasciando poi il posto proprio alla morte stessa che ci accoglie con una canzone.

Sullo sfondo la sezione gigante di un galeone arenato illuminata da piccole lanterne lascia intravedere alcuni musicisti che accompagnano la morte nel suo tetro canto. E poi eccolo, Dylan Dog perso nell’ennesimo dei suoi incubi. A prestargli carne e ossa c’è Gabriele Graham Gasco. Stralunato, riflessivo, il più giovane del cast. Forse troppo per mostrare sulla pelle tutto quello che ha passato Dylan, ma perfetto per mostrarlo con i gesti e l’interpretazione.

Nemmeno il tempo di ambientarci e abituare lo sguardo al buio che tutto scompare, come in un sogno (o un incubo?). La pagina/schermo che ci divideva dal resto ora è opaca e grigia, solida come un muro. Le luci si accendono e c’è un’unica cosa, anzi, un’unica sagoma in grado di bucare lo schermo, lasciare la pagina e raggiungere direttamente lo spettatore: Groucho Marx, l’assistente di Dylan Dog.

Groucho è interpretato da Loris Fabiani, che i più avranno visto su LOL Talent Show nei panni del verboso e arcaico Lunanzio, il suo cavallo di battaglia. Loris riesce davvero nel portare Groucho fuori dalla pagina restituendoci una delle versioni più fedeli e entusiasmanti del personaggio. Il Groucho di Fabiani è un pupazzo parlante di cui si è persa la cordicella di attivazione. Snodato, inarrestabile, baffuto, scatena sul pubblico un treno di freddure che lasciano senza fiato mentre accompagna ognuna di essa con la fisicità tipica delle commedie slapstick. L’unico in grado di fermarlo è il suono del campanurlo, annuncio dell’arrivo di una nuova cliente al Numero 7 di Craven Road.

Si tratta di Veronika (Marit Nissen), un personaggio enigmatico che coinvolgerà Dylan in un caso strano: la morte della sorella avvenuta dopo aver ricevuto una misteriosa lettera bianca. A detta dell’Ispettore Bloch, che Antonino Iuorio porta in scena con la fisicità e quelle sfumature paterne a cui ci ha abituato la controparte cartacea, non è l’unica ad aver ricevuto la lettera bianca, anzi, sono diversi i casi insoluti dei morti di Highgate che l’hanno ricevuta. E tra una bolletta e un avviso di sfratto, perché anche il Dylan teatrale è sempre sul lastrico, la riceverà anche l’indagatore dell’incubo.

Questa la premessa di uno show dove la narrazione lascia spesso il posto alla performance e al musical. Dove la trama fa un piccolo passo indietro in favore dello spettacolo. Dove la vita danza, sul palcoscenico, in attesa che la morte venga a chiudere il sipario.

In questa lunga danza verso l’epilogo (lo spettacolo dura circa due ore), Dylan, avvertito da Ida Marinelli, che incarna appieno la forma fisica e spirituale di Madame Trelkovski, sprofonderà in un incubo lucido che ripercorrerà e celebrerà la sua storia. Nell’oblio dell’incubo incontrerà Xabaras (Dario Battaglia) e Morgana (Annamaria Troisi). Entrambi presenti solo per pochi minuti ma che bastano per evocare le loro versioni cartacee. La scena con la bara di vetro poi è una delle più evocative dello spettacolo.

Nella discesa dell’incubo però a Dylan lo attendono anche i suoi amori passati. Tra questi la distratta e goffa Anna Never, interpretata da una brillantissima Sofia Fusciani che offre una versione musical e sexy del personaggio danzando e cantando sulle note di “Dance: Ten, Looks: Three”, brano del musical A Chorus Line passato alla storia come “Tits & Ass”.

Non vogliamo svelarvi oltre e qui trovate tutte le info sul cast dello spettacolo, ma tra performer demoniaci (tra cui una scatenata Sofia Celentani Ungaro) e sedute spiritiche c’è anche Camilla Nigro bravissima a portare sul palco tutta l’energia di Bree Daniels.

Dylan Dog Horror Show è nostalgia, spettacolo e grande intrattenimento

L’indagatore dell’incubo a teatro è stato una vera festa. Una di quelle a casa di amici che conosci da una vita, ma che sono in grado di stupirti ancora con una serata unica. Sclavi ha celebrato la sua creatura con un cast di attori fedeli al fumetto e perfettamente in grado di metterlo in scena. Questo Horror Show e un’opera che guarda al futuro pur tenendo un piede fermamente ancorato nel passato. Uno spettacolo sgargiante che mette insieme musical, fumetto e teatro, quasi un’installazione artistica, in movimento che costruisce l’immagine di un new old boy.

Ci sarebbe ancora tanto da dire su questa operazione tanto inaspettata quanto riuscita (come il cameo di un coniglio rosa), ma forse è meglio chiuderla qui e invitarvi a suonare il campanurlo al Teatro Eliseo, dal 28 ottobre, finché la vita (e la morte) avranno voglia di danzare ancora insieme a Dylan e compari.

Managing Director e PR Executive di GLHF. Presidente di Roll!Fest, il più grande festival dedicato al gioco di ruolo. Pirata dalla prima onda. Ex di Player.it. Ha scritto per quasi ogni sito di intrattenimento del web, non contento cerca ancora il suo posto nel mondo, una partita alla volta.