Quella folle, curiosa cosa chiamata Collezionismo: viaggio tra passione e ossessione In tutto quello che ci rende umani
Alla fine sono riuscito a comprare casa anche io! Ci ho messo un po’, ma ora ho un bellissimo rudere con vista, tutto mio e che sto ristrutturando a manina. Gli ex proprietari di casa avevano una fretta del diavolo di sbarazzarsi della suddetta dimora (ho controllato, non è stregata), tanto che hanno persino lasciato tutti i loro oggetti all’interno. Poltrone di dubbio gusto, armadi dei sette nani, piatti rotti, piatti interi, piatti cosí cosí che dai si possono ancora usare, un intero mobile di pomate per l’artrite, 2 calzini, un soprammobile a forma di piroscafo fatto di pasta, un letto a divano, un divano letto, un letto, un mobile letto e una stramba e pittoresca collezione di bottiglie di alcolici, di ogni forma colore e dimensione, tutti perfettamente conservati con le loro scatole, gadget, bicchierini e quant’altro.
Il che mi ha dato molto da pensare (oltre che da fare per liberarmi di tutto). Pensare a come gli oggetti siano diventati un’estensione del nostro essere. Pensare a quello che potrebbe pensare di me un ipotetico inquilino del futuro che dovesse entrare in possesso delle mie collezioni. E pensare soprattutto a chi dare la colpa di questo “morbo” che mi ha spinto a comprare fumetti, action figures e collector’s edition impedendomi di fatto di comprarmi una casa fino ai 35 anni.
Tutta colpa degli egizi, hanno iniziato loro ed è ora che si prendano le loro responsabilità
"Le cose che possiedi alla fine ti possiedono"
Scriveva Palahniuk in quella meraviglia che è ancora oggi Fight Club. Gli egizi non lo sapevano eppure, millenni fa, hanno incominciato loro a collezionare e a farlo, in particolare, erano i Faraoni. Amuleti, gioielli, copricapi, vasi, vasetti, statue, l’intero entourage di servitori che avevano. I Faraoni collezionavano tutto e non rinunciavano a niente. Nemmeno nella tomba. Tanto che quando tiravano le cuoia si facevano seppellire con tutta la compagnia cantante, servitori ed animali da compagnia inclusi, anche se questi non erano ancora morti.
Dopo è stata la volta degli antichi romani, che riempivano le loro dimore di statue e opere d’arte. E nel medioevo i monasteri custodivano preziose collezioni di manoscritti, reliquie, e libri perduti (avete letto il Nome Della Rosa, no?) Ma se fino a quel momento il collezionismo era stato un’arte per pochi (e per morti), dal Rinascimento esplode in tutta la sua magnificenza. I signori e le signore dell’epoca non si limitano a possedere beni, ma li espongono in meravigliosi studi, in stanzette delle meraviglie costruite ad-hoc per la messa in mostra, dando vita a vere e proprie gallerie d’arte private e decretando la rovina finanziaria di noi povera gente del futuro.
Con l’avvento del moderno museo del XIX secolo, infatti, il collezionismo si democratizza. Non è più lo status symbol di pochi, ma si trasforma in un’attività accessibile a tutti. E oggi, come ben sappiamo, qualsiasi oggetto può diventare oggetto di collezione: dalle monete ai francobolli, dai fumetti alle action figures, dalle Collector’s Edition alle Anniversary, arrivando persino ai coni del traffico (non ci credete? Chiedetelo a David Morgan che ne ha più di 500!)
Il Collezionismo, passione o ossessione?
Oh, andiamo! Risulta chiaro come il Vetril che abbiamo un problema e la domanda che fa da titolo a questa sezione è solo per fare scena, solo che non vogliamo ammetterlo.
Perché collezionare è bello, ci piace, ci esalta, ottenere quell’oggetto speciale e limitato ci manda su di giri. Cosí tanto che potremo quasi considerare gli oggetti da collezione come una delle più potenti droghe dei nostri tempi. E diventarne dipendenti è un attimo, come sbattere il mignolino alla fiera dello spigolo.
La chiamano “Sindrome di Diogene”. L’accumulo compulsivo di oggetti che porta a trasformare la propria casa in un labirinto di ricordi e cianfrusaglie. Naturalmente si tratta di casi limite, non siamo tutti sepolti in casa, anzi il collezionismo è soprattutto un modo per esprimere noi stessi, o “un modo per avvicinarsi all’arte e non lasciarla mai andare” per dirla come Charles Saatchi.
Tuttavia, a volte, per noi videogiocatori attraversare quella sottile linea di demarcazione tra passione e follia è fin troppo semplice: come svegliarci alle 4 del mattino per pre-ordinare la nuova edizione da collezione appena arrivata su Limited Run.
Feticisti del fisico, adoratori del disco, amanti del plastico
Ora che ho dato la colpa dei miei problemi agli egizi, a malattie scoperte da dottori che non so pronunciare e a buona parte della storia dell’umanità mi sento meglio, quasi un altro. Non mi pesano nemmeno più i 200 euro spesi per la Collector di Alan Wake 2 (+spedizioni+dogana+mancia al postino) che ora mi guarda contrariata dal mobile come monumento delle mie colpe. Posso concentrarmi su alto, lo sento, posso farlo, e lo faccio… ma prima sono sicuro che posso trovare qualcun altro da incolpare. Voglio dire: non le abbiamo mica inventate noi giocatori le Collector’s Edition, no? Lo avrà fatto qualcuno. Qualcuno deve aver pensato “Mah si, mettiamo una statuina dentro la scatola del gioco!” E qualcun altro deve avergli detto “E perché non mettere anche un vinile, un artbook, delle cartoline, un poster, una mappa dell’universo disegnata su una foglia di té da vendere solo in 4 copie in croce?” Qualcuno deve essere stato a farci questo, no? Ebbene voglio i nomi!
Secondo il piú grande saggio dell’umanita, consultabile a qualsiasi ora della vita alla “modica” cifra di un abbonamento fibra o rete mobile, conosciuto comunemente come l’Internet, la prima Collector’s Edition della storia videoludica, causa di tutti i nostri mali, risale al 1993: Myst (Desktop Edition).
Questa vera e propria mela del peccato, oltre a contenere il gioco, conteneva anche – reggetevi forte – uno screensaver per il PC a tema Myst, un tappetino per il mouse sempre a tema Myst e presentava un differente artwork sulla cover ispirato a… Myst!
Myst è stato solo il primo esempio di un fenomeno che è poi esploso con le Collector’s Edition di Final Fantasy VII e The Legend of Zelda: Ocarina of Time. Queste non erano solo giochi; erano esperienze totali, complete di artbook, colonne sonore e gadget esclusivi. Come quella di Halo 3, nel 2007, che offriva una replica del casco di Master Chief.
La passione ardente per queste scatole colorate, per queste vere e proprie casse del tesoro ripiene di passioni e ossessioni non ha fatto altro che legarci indissolubilmente ad una cultura del fisico, del toccare, dell’esporre. Il digitale non può essere messo in mostra, si gioca ma non si tocca e a noi questo non è mai piaciuto. Ricordo ancora l’annuncio della Collector Edition di Horizon SENZA DISCO, una follia che ha gettato il mondo nel panico. Troppi i forconi digitali che si sono levati sui social contro questo affronto agli adepti del plastico.
Questi episodi di esagerazione non sono altro che la conferma che siamo un popolo legati al fisico, anzi proprio ammanettato. Anche se viviamo in un mondo digitale, parliamo in digitale, ci incontriamo e ci scontriamo in digitale, quando possediamo deve sempre essere fisico. Più il fisico è bello, speciale e limitato e più ci piace. E c’è qualcuno che questo lo sa molto bene.
Io colleziono, tu collezioni egli c…omprerà tutto e ce lo rivenderà al triplo
Se c’è qualcuno che col Collezionismo smodato ci ha fatto un vero e proprio mestiere sono “quegli utenti che acquistano in massa prodotti limitati per rivenderli a prezzi esorbitanti” o per gli amici (se ne hanno), gli scalpers. Questi personaggi hanno una sola passione, quella del denaro sonante. Probabilmente non hanno mai visto una PS1, eppure hanno esaurito ogni copia esistente di PS5 Anniversary Edition e del suo controller e ora rivendono tutto a cifre allucinanti. Roba che gli strozzini al confronto sono elfi di Babbo Natale.
E la Anniversary Edition è solo l’ultimo esempio, perché queste iene sguazzano da sempre nella pochezza (non solo di oggetti limitati ma anche d’animo) rendendo ancora più insostenibili le domande già insostenibili create dal sistema. La cosa triste di questa vera e propria giungla in cui ci siamo andati a infilare è che da collezionista, se poi riesci ad accaparrarti qualcosa di raro, devi anche sentirti dire “A quanto lo rivendi?” come se la passione, quella vera, possa essere messa all’asta al miglior offerente.
Anche quelli che al ristorante scattano 40 foto al piatto, sono figli del collezionismo
Quante volte vi è capitato di entrare affamati al ristorante, sedervi, ordinare, aspettare, mentre il vostro vicino di tavolo ha già ricevuto una carbonara fumante che NON mangia perché sta fotografando? A me troppe! Quindi forse non vado nei ristoranti giusti o forse questi Cartier-Bresson del tortellino sanno qualcosa che io non so. Quello che so è che anche loro sono figli del collezionismo.
Negli ultimi anni, infatti, si è affermata un’altra forma di collezionismo: quello delle esperienze. Invece di accumulare oggetti materiali, molti preferiscono collezionare momenti e esperienze significative. Viaggi, concerti, pennichelle pomeridiane, eventi esclusivi e tante altre attività più o meno uniche che diventano i “pezzi” di una collezione personale. Una collezione esperienziale che va direttamente a scontrarsi con la corrente del collezionismo fisico.
L’obiettivo del collezionismo delle esperienze però non è tanto differente da quello classico. Parliamo infatti di creare ricordi duraturi e costruire connessioni significative con le persone. Andando ad esporre tutto questo nel nostro gabinetto delle meraviglie mentale. Pensate a qualsiasi evento di gaming o a fiere come Lucca a qualsiasi incontro con devs, autori, influencers. La passione spinge a partecipare a questi eventi in un’infinità corsa all’esclusività che va poi testimoniata con foto e autografi pubblicati sui social. Una continua battaglia contro la FOMO (Fear of Missing Out), per dimostrare il proprio valore sociale, semplicemente per dire, “Io c’ero”, che non è poi tanto differente dalla rincorsa dell’oggetto limitato.
Collezionare è sopravvivere al tempo
È stato un lungo viaggio. Un’infinita elucubrazione – è davvero pazzesco quello che si trova da fare quando non ti va di ristrutturare casa – e forse la conclusione può sembrare ovvia, ma non così scontata: collezionare è bello e fa parte del nostro modo di essere. Un concetto chiaro, che spesso però dimentichiamo. Distratti dalla corsa all’oro e alla visibilità, accumuliamo oggetti solo per non rimanere indietro. Compriamo libri che non leggiamo, giochi che non giochiamo e, ahimè, piatti che non mangiamo. Apparendo senza mostrarci davvero. Senza lasciarci contaminare e raccontare da quelle che dovrebbero essere le nostre passioni.
Walter Benjamin, uno che ne sapeva, ha detto che “la collezione è il paradiso dei singoli oggetti”, ma aggiungerei che è anche il paradiso dei singoli collezionisti. Ogni pezzo di una collezione ha infatti una storia e un significato unico e contribuisce a una narrazione più ampia sulla persona che l’ha vissuto.
Per questo motivo ho deciso di tenere alcune delle bottigliette collezionate dai miei ex proprietari di casa, per lasciarmi contaminare dalla loro narrazione. E magari un giorno le lascerò, insieme alle mie Collector’s Edition, a chi verrà dopo di me, contaminandolo con la mia narrazione… Sempre che non decida di fare come gli egizi e di farmi seppellire in un gigantesco mausoleo in limited edition, comprato su marte da qualche scalper spaziale.
Simone Alvaro "Guybrush" Segatori
Managing Director e PR Executive di GLHF. Presidente di Roll!Fest, il più grande festival dedicato al gioco di ruolo. Pirata dalla prima onda. Ex di Player.it. Ha scritto per quasi ogni sito di intrattenimento del web, non contento cerca ancora il suo posto nel mondo, una partita alla volta.