Yoko Shinomura a palermo

Un Gelato al Sale Marino a Palermo, con Yoko Shimomura

Una delle più famose frasi della letteratura per ragazzi, direttamente dalla penna di Saint-Exupéry, recitava di come l’essenziale fosse invisibile agli occhi. Una dimensione estranea alla semplice esperienza sensibile, quella raffigurata da questa massima assoluta, che apre a prospettive entro le quali ci si interroga su cosa possa dirsi o meno “essenziale”.

Non divaghiamo ovviamente, stiamo pur sempre parlando di videogiochi. Ma cosa può dirsi essenziale all’interno di un videogioco? Rispondere che dipende dal videogioco, è sicuramente una risposta che non può essere inesatta (nemmeno del tutto giusto, però); ci sarà chi troverà essenziale il gameplay, chi la storia, chi una commistione delle due cose, altri ancora la difficoltà o persino la costruzione delle mappe e la contestuale esplorazione.

Tutti quelli elencati però, per la mia personalissima visione, del videogioco sono “accessori”, intendendo questo termine sia col senso di “non essenziali” sia di “strumenti di contorno”. L’essenziale è invisibile agli occhi perché essenza è ciò che ci rimane dentro, ciò che permane anche quando il gioco viene spento o quando finisce.

Ciò che può dirsi come essenza dunque, non può essere un accessorio ma ciò che l’accessorio comunica: non il combat system ma l’adrenalina che sprigiona, non l’esplorazione ma l’irrequietezza che ti permane dentro. In una parola, a essere essenziali sono i ricordi. Quelli che non scompaiono, anche quando non ricoprono più un ruolo di prim’ordine nelle tue giornate, quelli che diventano insopportabilmente astratti senza perdere la loro carica emotiva, quelli sepolti, sgualciti, malconci e a volte deprimenti, altre volte roboanti, frizzanti e inequiparabili.

Crescendo però, ci rendiamo conto che dietro a ogni ricordo, dietro a ogni boss battuto, a ogni livello superato, a ogni cut scene strappa lacrime o a tutte quelle sequenze di esplorazione, ci sono delle persone. Ad aver fabbricato per noi quel ricordo, è stato qualcuno, molti anni prima, che fino a quel momento aveva vissuto così lontano dalla nostra quotidianità e che comunque, in un certo qual modo, persisteva costantemente. Un parassita della memoria, capace di occupare talmente poco spazio da sembrare impercettibile, per poi riesplodere col giusto innesco, lasciandoci inermi e subire un fiume di memorie.

Quella persona, nel mio caso, è stata Yoko Shimomura.

ECHOES OF LIGHT A PALERMO

Yoko Shimomura è un nome che potrebbe non dire molto ad alcuni, ma per chi bazzica il mondo del videogioco da un po’, rappresenta una vera e propria istituzione. Per chi ha qualche anno sulle spalle, facciamo un esperimento: una volta letta la prossima frase, provate a chiudere gli occhi, a ripensare ai vostri pomeriggi passati su Street Fighter II, a menare ed essere menati virtualmente dai vostri amici, imparando una combo dietro l’altra con tanta fatica e una buonissima dose di fortuna e improvvisazione. E proprio mentre vi state divertendo, cosa sentite? Al cambiare di ogni stage, di ogni personaggio, cos’è che sentite?

Una canzone. Sempre diversa, sempre travolgente, sempre in linea con il background di un personaggio o di uno stage. Una canzone, che aiuta a dare la carica per tutta la durata dello scontro, rendendo indimenticabile quel momento. Riuscite a ricordare quella canzone?

Avete riaperto gli occhi? Di già? Beh, complimenti, per me c’è voluto qualche annetto. Qualche annetto per capire che dietro a quei brani, a quelle melodie, a quella carica, vi fosse una persona. E chi l’avrebbe mai detto che la stessa persona che ha lavorato a Street Fighter II, un agglomerato di violenza in pixel, avrebbe avuto una tale profondità e tridimensionalità da riuscire a esprimere anche tutta la malinconia vezzosa, che ha reso grande il franchise di Kingdom Hearts? O ancora, la follia di Mario + Rabbis: Sparks of Hope, passando per gli agghiaccianti scenari di guerra di Front Mission?

Yoko Shimomura

Quella persona è una musicista e compositrice giapponese, che grazie a Yellow Echoes abbiamo avuto la possibilità di poter conoscere attraverso la sua musica, dal vivo, durante una di quelle serate che diventa essenza: ormai invisibili poiché passata ma che mai dimenticherò.

Yoko Shimomura, in concerto a Palermo. Scusate se ripeto, tentando di enfatizzare per quanto la scrittura renda sensibile, ma… Yoko Shimomura in concerto, a Palermo. Una serata di musica, note dolci nate in tempi non sospetti e riproposte dalle agili e sapienti mani del maestro Benjamin Nuss.

Un setting minimale: un palco, un esecutore, un pianoforte. Giochi di luci mirati e mai invasivi. Un silenzio tipico delle grandi occasioni, quelle in cui si scomoda l’aggettivo religioso. E poi lei, Yoko Shimomura, che tra un brano e l’altro faceva capolino da dietro le quinte, rompendo l’aria di solennità della serata e regalando un sorriso ai siciliani (e non) accorsi a vederla, a tentare di conoscerla, condividendo l’emozione collettiva dietro ai brani che ne hanno segnato la carriera.

E ricorderò sempre quando, con la paura di essere sentite, decine di persone tirarono un forte sospiro trattenendo il fiato, alle prime note della meravigliosa Dearly Beloved. Molto più che un “menù”, come ha detto la stessa Yoko: una vera e propria porta d’ingresso all’intricato e delicato mondo di Kingdom Hearts.

Quella sensazione di sollievo emotivo, circolata per tutta la sala al tema di Kairi fino alla cadenzata maestosità del Valse di Fantastica direttamente da Final Fantasy XV, passando per un poco (ma non del tutto) conosciuto Front Mission. Un Benjamin Nuss in stato di grazia, che da solo col suo pianoforte, forte di una rivisitazione dei classici di Shimomura in chiave virtuosistica, ha saputo trainare la serata e preparare il pubblico per quanto la maestra sarebbe scesa in campo.

Dopo siparietti, domande e ringraziamenti, finalmente anche Yoko Shimomura scendeva in campo, sul finir della tenzone. Seduta accanto a Nuss, con grande umiltà e gentilezza, poggiava le sue mani accanto a quelle del pianista e insieme deliziavano la platea del Teatro Golden, che si deliziava di ogni singolo input, di ogni sguardo, ogni sorriso complice.

Circa un’oretta e mezza, per una serata che risuona ancora, per un nome che ha fatto la storia del nostro medium preferito e che merita il rispetto riservato ai grandi. Perché Yoko Shimomura ha contribuito, come pochissimi, a rendere immortali alcuni dei più importanti franchise videoludici di sempre e avere avuto la possibilità di viverla dal vivo, sarà per sempre il mio essenziale.